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Vaping, cosa è successo negli Stati Uniti?

Utilizzate da moltissimi italiani per smettere di fumare, o quanto meno per diminuire le ‘bionde’ utilizzate durante il giorno, le sigarette elettroniche hanno ormai conquistato una buona fetta di mercato anche nel nostro paese. Una popolarità che nelle ultime settimane è stata un po’ offuscata dalle notizie arrivate dagli Stati Uniti, dove sono già saliti a diciotto i morti tra gli utilizzatori di e-cig. Ma quali sono i rischi per gli ‘svapatori’ italiani? Lo abbiamo chiesto a Vincenzo Sparacino, direttore commerciale di Ribilio: azienda che si colloca tra i più grandi distributori italiani di prodotti per il vaping.

Il motivo dei decessi in America

Il nostro paese non è purtroppo esente da rischi, perché anche in Italia qualcuno potrebbe ritrovarsi in un laboratorio a fare esperimenti e combinare un pasticcio come è successo in America – ha spiegato Sparacino – Il caso ha voluto che sia successo in America, perché in quel paese la Cannabis è accettata dalle istituzioni. Le morti che ci sono state, sono infatti dovute all’utilizzo di un liquido contenente THC miscelato con acetato di vitamina E. In Italia è però molto meno frequente l’uso di questi liquidi in modo legale. Da quello che sono venuto a sapere, la colpa sarebbe stata di un’azienda che ha utilizzato questa sostanza senza sapere gli effetti collaterali che poteva avere sui polmoni. Lo ha fatto in maniera inconsapevole e ha purtroppo creato questo precedente che ha portato a gravi problemi di salute e ai decessi di questi ragazzi“.

L’Iniziativa ‘Vaping is not Tobacco’

Un maggior controllo e una migliore informazione sui rischi, potrebbero arrivare anche dalle istituzioni europee. Ed è questo l’obiettivo dell’iniziativa ‘Vaping is not Tobacco‘: “È una specie di petizione per poter avere valenza a livello europeo – ha continuato Sparacino – L’idea è quella di raccogliere firme in modo da poter dire la nostra in commissione europea attraverso le nostre associazioni di settore. Per poterlo fare dobbiamo però raggiungere un certo numero di firme, un quorum, e questo lo devono fare tutti gli stati europei. In Italia al momento siamo ancora purtroppo lontani e questo anche per colpa di ciò che è quello che è successo negli Stati uniti. Molti ‘vapers’ italiani sono rimasti turbati da quello che è accaduto negli USA e questo ha condizionato l’eventuale risultato positivo che potevamo ottenere con questa petizione. Io ci spero sempre, ma siamo ancora lontani dal numero di firme e dalla possibilità che il nostro settore possa parlare con le istituzione europee“.

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